Stanze, confinati e connessi. Covid-19: Le "aree invisibili" tra noi e gli altri

Una riflessione sul significato che acquisisce il distanziamento fra le persone, in un momento come l’attuale di emergenza sanitaria. Già dagli anni ‘60 è nota l’esistenza di "aree invisibili" tra noi e gli altri per cui la distanza fisica assume una forma di comunicazione importante attraverso la quale manifestare invadenza, intimità, formalità, ecc. Tutto ciò dipende da molti fattori. Per esempio si parla di una tipica “cultura della vicinanza” e di una “della lontananza”, del contatto o del “non” contatto: le popolazioni latine e mediterranee appartengono alla prima categoria, mentre gli americani e i nord europei sembrano riconoscersi nella seconda. In realtà, alcune ricerche hanno riscontrato risultati differenti, dimostrando la tendenza a mantenere una maggior vicinanza nei confronti dell’interlocutore esibita dagli inglesi rispetto ai francesi, o dagli indonesiani rispetto agli australiani.

Ciò perché entrano in causa molte variabili: lo spazio nel quale si è calati, la lingua in cui ci si esprime, il contesto lavorativo, la presenza di altre persone, l’appartenenza alla classe sociale, l’età, il sesso, la personalità. Nel caso della pandemia da Coronavirus il rischio di tenere “alla larga” gli altri a causa di uno stigma è molto alto. Non solo distanze fisiche ma anche relazioni a livello di comunicazione non verbale, che gestiamo con comportamenti “compensatori”. Questo modificando la nostra postura, lo sguardo e altro. Ce ne parla il professore Salvatore Bonfiglio. Stanze è il video magazine dell’Università di Pavia che durante l’emergenza Coronavirus apre virtualmente le aule e i laboratori del suo ateneo per mettere a disposizione di tutti, in una forma semplice e divulgativa, i saperi dei suoi docenti

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